Archivi del mese: gennaio 2012

6. Esprimermi in terza persona

Mi viene più istintivo descrivere una scena al di fuori di essa, averne una visione esterna e poter osservare da ogni angolazione. Raramente ho voluto essere all’interno delle mie storie, protagonista di eventi. Ho invece più spesso usato il distacco tipico permesso dalla terza persona. Ovvio è che da questo punto di vista si ha molta libertà e la possibilità di guardare le cose con l’occhio di diversi personaggi. Siccome amo descrivere le emozioni dei miei attanti ed il genere lo richiede, definirei il mio modo di raccontare terza persona onnisciente. In questo caso il narratore è completamente esterno e può descrivere i pensieri di tutti i personaggi e spiegare gli eventi; il lettore sa che lo scrittore conosce ogni cosa e può permettersi di rivelarla proprio attraverso questo punto di vista. Addirittura si possono dare informazioni riguardanti il futuro.
Scegliendo di usare la terza persona onnisciente, ho voluto assicurarmi di poter svelare, a mio piacimento, il senso degli avvenimenti, anche se cerco sempre di stare attenta a non informare troppo, molte cose voglio che vengano intuite dalle azioni o dai dialoghi.
Un punto di vista che proprio detesto impiegare, e tendenzialmente non mi piace nemmeno leggere, è la seconda persona. Usare il “tu” non fa proprio per me. Invece mi è già capitato di usare la prima persona, ma trovo comunque difficile descrivere qualcuno dal punto di vista interno di un personaggio. Rischio di far provare emozioni al protagonista troppo slegate dagli altri.
Quando si parla in prima persona bisogna stare attenti a descrivere le sensazioni nel modo corretto. Questa persona deve avere molta più confidenza con i sensi: se tocchiamo un oggetto, percepiamo un odore o udiamo un suono dobbiamo renderlo in modo più dettagliato e sensitivo rispetto agli altri punti di vista (a mio parere).
Mentre il limite che da la prima persona, anche per il fatto che si descrive sempre attraverso gli occhi un unico soggetto, me la fa snobbare, la cosa che preferisco è l’intimità che permette di rendere. La prima persona è perfetta per esprimere al meglio i sentimenti ed i pensieri.
Una difficoltà che ho trovato nell’usare la prima persona (e che nella terza vivo solo quando mi trovo faccia a faccia con un dialogo) è il dover limitare il linguaggio al lessico del protagonista: se è un professore universitario dovrà esprimersi come tale e per tutto il romanzo quello sarà l’unico modo di comunicare che avremo.

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5. La scelta del genere

Il mio racconto nasce, come ormai sappiamo, dall’immagine malinconica di una giovane donna. Quando ho iniziato a scrivere sapevo solo questo, non ho scelto un genere preciso o una trama, ma mi sono lasciata trasportare. Il genere quindi è nato praticamente da solo, è venuto fuori dalla suggestione del momento. Fin da principio si intuisce che è un romanzo intimista, si avverte la profondità già dalle prime righe.
Ho dovuto studiare a lungo ciò che prova la mia protagonista, perché non ho sperimentato in prima persona la tragedia da lei vissuta. Ho cercato di immedesimarmi per esprimere al meglio i suoi moti d’animo, non è stato per niente facile.
A volte mi sono trovata a domandarmi se scegliere un genere che non comprenda lo studio di discipline, come ad esempio politica, medicina, chimica o giallistica, sia stata una scelta inconscia per dovermi applicare meno sulla saggistica e facilitarmi il lavoro, ma mi sono risposta di no. Studiare i sentimenti è altrettanto difficile, portare all’evoluzione una creatura fragile per renderla forte e sicura e non farla sembrare una forzatura è un lavoro arduo e minuzioso.
Il mio romanzo tratta di sensazioni, ho a che fare con la parte più nascosta dei miei personaggi e quindi ho scelto di essere una narratrice onnisciente. Mi premuro di tratteggiare l’interno della protagonista, senza che sia lei a mostrarsi direttamente.
Intimista e drammatico nelle prime 2 parti, rivoluzionario nelle ultime 2.
Tutto giocato su trasformazioni, sull’evoluzione graduale dei personaggi, sul loro cambiamento mentale.
In qualche modo è come aver scritto di mutanti.


4. Struttura di una trama

Dopo aver avuto un’idea bisogna elaborarla. Per farlo mi sono dovuta porre quesiti ben precisi e rispondere ad ognuno di essi in modo dettagliato. La prima domanda è stata: dove voglio andare a parare?

Una volta ragionato per bene, le prime dieci pagine sono state cestinate e, solo dopo un lungo studio della trama, riscritte.
Ecco ciò che succede a chi, come me, si lascia totalmente trasportare dall’ispirazione.
Alcuni riescono davvero a scrivere un romanzo senza sapere cosa capiterà dall’inizio alla fine, ma ho capito che per me non può funzionare così. Ho bisogno di tecnica.

Ogni scrittore ha un metodo diverso. Io ho mantenenuto la suggestione di partenza (la famosa immagine della mia protagonista), ma, prima di riscrivere, ho pensato bene alla mia trama, ad un’inizio e una fine. Ovviamente, non tutto è stato deciso prima di cominciare, molte parti sono nate in corso d’opera, ma la struttura di base, secondo le mie esigenze, era già presente: dovevo sapere fin da subito chi fossero i miei personaggi, dove volessero arrivare e perché.

In qualche modo ho dovuto tirare fuori le mie capacità di progettista (ormai, dopo cinque anni di università, insite in me), perché per tessere le fila di una storia sono quasi fondamentali.
Bisogna progettare il tempo e, in esso, gestire i personaggi e gli accadimenti.
Ho costruito una storia mettendo al suo posto ogni tassello. Se ne viene tolto uno, crolla tutto. Se viene spostato, la storia non ha più senso.
Non è stato per niente facile, anzi, ci sono voluti anni per arrivare ad un racconto che si possa definire organico.

Appuntare tutto è fondamentale ed io preferisco farlo a mano.
In una cartellina di plastica trasparente, ho degli A4 bianchi che contengono le schede dei personaggi e dei luoghi, lo schema della trama e le varie annotazioni su ciò che ancora devo scrivere.
Il mio lavoro è organizzato così, anche se molti trovano più pratico scrivere tutto al computer.


3. Nascita di un’idea

Molti iniziano a scrivere perchè hanno una sensazione, altri vogliono descrivere immagini, qualcuno un suono che ha sentito, un evento vissuto o visto, magari un personaggio davvero strano che gli è passato per la mente.

Qualcuno mi ha detto che le idee più folgoranti vengono mentre si legge, al punto da dover immediatamente lasciare il libro e impugnare la penna. Non gli do torto, è capitato anche a me in passato.

Personalmente ho scritto di getto dieci pagine pensando semplicemente al gesto di una triste giovane donna. Ho avuto questa sorta di visione, lei che compiva un’azione pensando a cose davvero tristi. Non ricordo, forse ero giù di morale. Comunque è così che ho buttato giù l’inizio, senza pensare, facendo riferimento solo ad un’immagine.

Non posso scegliere quando essere colpita da un pensiero, per questo giro sempre munita di penna e post-it. Mi capita che le idee vengano durante lezioni universitarie o perfino sull’autobus.

Una cosa che ho imparato è come le idee, la fantasia e l’ispirazione da sole non bastino per scrivere un romanzo.


2. L’inizio di tutto

Quando avevo circa otto anni passavo molto tempo a casa della mia vicina ed amica e proprio in quel periodo, a casa sua, apparve un computer. Uno dei giochi che le era stato regalato si chiamava Storybook Weaver. Permetteva di creare storie attraverso immagini e parole. Inutile dire che abbiamo passato anni incollate a quello schermo.
Forse è proprio così che è nata la mia passione per la narrazione. Ricordo che da quel momento, rigorosamente su carta, ho iniziato a buttare giù i miei primi racconti. Da principio le trame erano attuali, poi fantastiche. Un grande cambiamento del mio stile è arrivato poi, con la lettura di Harry Potter (mi pare che in Italia sia uscito quando avevo 11 anni).
Tra i 13 ed i 14 anni mi è stato finalmente regalato un computer e da quel momento ho buttato giù storie su storie.
Una nuova svolta, la più decisiva, è giunta negli ultimi anni, quando ho messo le mani su alcuni libri di scrittura creativa.

Sabato 12 marzo 2011, alle ore 17.03.45, comincia la prima stesura del mio romanzo.


1. Le mie prime parole

Sharing.
Condivisione.
Appunti di momenti, sensazioni e pensieri.

Ho una borsa rossa nella quale getto tutto ciò che mi può servire durante le mie giornate fuori casa (principalmente esco per andare a rinchiudermi in università), non possono mancare la mia agenda rossa, l’astuccio con penne e matite (2H e 2B) ed infine, sparpagliati ovunque, blocchetti di post-it verdi, alcuni dei quali completamente scritti.

Appunto di tutto: cose da cercare in rete quando arrivo a casa, libri che vorrei leggere, cianfrusaglie da comprare, lista della spesa, visite mediche e tutto ciò che mi può venire in mente per il mio romanzo.
Forse “romanzo” è una parola troppo grossa, ma mi piace chiamarlo così, sentirlo reale al punto di non poterlo MAI trascurare.

Scrivo e studio per scrivere meglio, leggo, rileggo e cancello per poi riscrivere ancora.
Una busta in plastica trasparente contiene fogli con su scritti pezzi di trama, scalette, promemoria, schede di personaggi e luoghi, tutto ovviamente personalizzato dagli immancabili post-it verdi che aggiungono parti essenziali in precedenza dimenticate.

Ed ora apro la cartella che contiene il file word sul quale vive il mio romanzo, anche se gli ho da poco trovato un nome, continua a chiamarsi “1.doc”, torno a scrivere, oggi mi sono prefissata di finire pagina 50.