6. Esprimermi in terza persona

Mi viene più istintivo descrivere una scena al di fuori di essa, averne una visione esterna e poter osservare da ogni angolazione. Raramente ho voluto essere all’interno delle mie storie, protagonista di eventi. Ho invece più spesso usato il distacco tipico permesso dalla terza persona. Ovvio è che da questo punto di vista si ha molta libertà e la possibilità di guardare le cose con l’occhio di diversi personaggi. Siccome amo descrivere le emozioni dei miei attanti ed il genere lo richiede, definirei il mio modo di raccontare terza persona onnisciente. In questo caso il narratore è completamente esterno e può descrivere i pensieri di tutti i personaggi e spiegare gli eventi; il lettore sa che lo scrittore conosce ogni cosa e può permettersi di rivelarla proprio attraverso questo punto di vista. Addirittura si possono dare informazioni riguardanti il futuro.
Scegliendo di usare la terza persona onnisciente, ho voluto assicurarmi di poter svelare, a mio piacimento, il senso degli avvenimenti, anche se cerco sempre di stare attenta a non informare troppo, molte cose voglio che vengano intuite dalle azioni o dai dialoghi.
Un punto di vista che proprio detesto impiegare, e tendenzialmente non mi piace nemmeno leggere, è la seconda persona. Usare il “tu” non fa proprio per me. Invece mi è già capitato di usare la prima persona, ma trovo comunque difficile descrivere qualcuno dal punto di vista interno di un personaggio. Rischio di far provare emozioni al protagonista troppo slegate dagli altri.
Quando si parla in prima persona bisogna stare attenti a descrivere le sensazioni nel modo corretto. Questa persona deve avere molta più confidenza con i sensi: se tocchiamo un oggetto, percepiamo un odore o udiamo un suono dobbiamo renderlo in modo più dettagliato e sensitivo rispetto agli altri punti di vista (a mio parere).
Mentre il limite che da la prima persona, anche per il fatto che si descrive sempre attraverso gli occhi un unico soggetto, me la fa snobbare, la cosa che preferisco è l’intimità che permette di rendere. La prima persona è perfetta per esprimere al meglio i sentimenti ed i pensieri.
Una difficoltà che ho trovato nell’usare la prima persona (e che nella terza vivo solo quando mi trovo faccia a faccia con un dialogo) è il dover limitare il linguaggio al lessico del protagonista: se è un professore universitario dovrà esprimersi come tale e per tutto il romanzo quello sarà l’unico modo di comunicare che avremo.

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