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Questa è la storia di un regalo

Il titolo è degno di Maria De Filippi a “C’è posta per te”. Ma qui non abbiamo calciatori, attori, o vipssss. Qui abbiamo un gruppo di amici e una persona speciale.

Cosa si regala a una persona che ha tutto? Un’emozione. Ecco. Il senso di questo post è proprio questo. Regalare un’emozione.

C’era una volta una bambina che inventava mondi, insieme con la mamma. Questa bambina divenne una ragazza che iniziò ad appassionarsi alla rete. Questa ragazza conobbe un ragazzo, in rete. E insieme scoprirono di essere l’uno l’amore dell’altro. Per la vita. E lo scoprirono senza nemmeno essersi mai visti. E quando si videro decisero di vivere insieme. Una favola del XXI secolo. Come le favole che popolano i mondi che la ragazza continua a inventare.

Questa ragazza è nata il 12 dicembre alle 12. Il numero 12 la segue da quando è nata, e ovviamente quest’anno, il 2012, ha un fascino particolare. Perché la data si scrive 12.12.12. E allora, per regalare un’emozione a Iaia, che voleva tanto fare una rivista per Natale, ma ha dovuto occuparsi necessariamente di altro, la rivista gliela regaliamo noi. Perché dico noi? Perché questo è un progetto a cui hanno preso parte tante persone. Una redazione virtuale, un Comitato di Redazione per correggere, impaginare, coordinare, aiutare. E tanti contributi scritti col cuore.

Perché tutta questa partecipazione? Perché 30 persone si mettono a scrivere? Perché qualcuno si mette a fare le nottate per correggere e impaginare? Perché si gestiscono centinaia di email, messaggi whatsapp, linee di chat gtalk, comunicazioni skype? Chiaramente ognuno continuando a fare quel che fa, rubando tempo dove si può, e a volte dove non si può. Perché?

La risposta più semplice è che si vuole restituire un po’ di quel che si è avuto. Perché Iaia è un catalizzatore di emozioni positive. Un formidabile aggregatore di pensieri positivi e di bei sentimenti. Perché Iaia è una bella persona. E per una volta, vogliamo farle sentire cosa vuol dire sentirsi oggetto di affetto, proprio come tutti i giorni fa lei con quelli che la leggono.

Oggi, 12.12.12, tutti i partecipanti all’iniziativa che hanno un blog pubblicano un post esattamente alle 12.12. E la rivista. Che si può vedere qui sotto.

Ma siccome sappiamo che Iaia ha un’insana e smodata passione per i mela-device, e i mela-device purtroppo non leggono flash, c’è anche la possibilità di arrivare alla rivista tramite questo link.

Buon compleanno Iaia!


19. Scene

La scena è una sequenza narrativa con un suo inizio e una sua fine. Un’opera è composta dalla somma delle scene. Queste dovrebbero essere organiche e omogenee, percepite come un’unica entità dal lettore. La loro connessione da vita al capitolo, come fossero un solo elemento. Un capitolo, infatti, non è altro che l’unione di più scene con situazioni collegate.
Ciò che secondo me è importante, è gestire consapevolmente i momenti di tensione attraverso l’ordine delle scene. Come ribadisco ogni volta, l’organizzazione, per me, è alla base di tutto il lavoro.
Di solito, in ogni capitolo si trova almeno una scena cosiddetta drammatica, ma ci sono eccezioni, ossia i capitoli esclusivamente descrittivi.
Un errore che commettevo spesso, era quello di introdurre l’elemento drammatico troppo avanti nella storia. Esageravo con l’incipit senza che nulla accadesse. Così facendo, inevitabilmente, annoiavo il lettore.

Scrivendo un racconto, non si hanno più di tre o quattro scene e, da quello che ho letto, è consuetudine dare drammaticità solo all’ultima. Nei romanzi invece ce n’è una marea. In entrambi i casi, la lunghezza non è mai prestabilita. Io, come scritto nel post precedente, sono abituata a ordinarle, così, una volta iniziato a scrivere, non sono tormentata dalla paura di perdere il controllo sulla storia. Per rimarcare i cambi di scena, lascio una riga bianca.

Le scene drammatiche sono quelle in cui si introducono personaggi o eventi importanti, colpi di scena o conflitti, ossia tutto ciò che permette alla storia di proseguire.
Le scene espositive, invece, sono quelle in cui sono presenti descrizioni o informazioni e, spesso, seguono quelle drammatiche.
Sono le scene drammatiche a tenere il lettore incollato al libro, perché sono più dinamiche, emozionanti e ricche di dialoghi. Io ho iniziato il mio con una scena espositiva, ma non è raro trovare romanzi, soprattutto quelli commerciali, che iniziano con scene drammatiche.
Alternare i due tipi di scene mantiene alta la tensione e, allo stesso tempo, dà informazioni al lettore. Il connubio deve però essere ben studiato. Se l’azione si interrompe nel modo sbagliato, l’apprensione del lettore calerà portandosi dietro anche la sua attenzione.
È importante decidere come sarà la scena d’esordio. Se espositiva, sarà strategico fare drammatica la seconda. Quando invece è drammatica, si può decidere di mantenere tale approccio anche nella successiva o di passare a un’espositiva.
Lo scrittore che fa promesse al lettore deve rispettarle rimanendo nei tempi giusti. Nel momento in cui la tensione è molto alta, non può permettersi di farla calare improvvisamente, quindi, per chi è alle prime armi, è consigliabile mantenere un ritmo costante, fatto di piccoli balzi. Infine, non bisogna dimenticarsi delle scene espositive: esse sono la brace che alimenta quelle drammatiche e la loro assenza può stufare il lettore.


18. Struttura di una trama 2

Segue un approfondimento del post 4.

Colta da un impeto d’ispirazione scrissi dieci pagine, ci ragionai, le cestinai…
Che cosa volevo dire? Dove avevo intenzione di arrivare? Quali erano i desideri dei miei personaggi? Domande senza risposta. Avevo scritto solo per il piacere di farlo. Capii che per dare un senso alla storia avrei dovuto organizzarne la trama.

Avevo già la protagonista, ma le mancava ancora qualcosa di fondamentale. Dovevo far si che avesse un desiderio e che volesse ottenerlo a qualsiasi costo. Ho pensato a quali potessero essere gli ostacoli da porre sul suo cammino che ne tirassero fuori le paure. Il bisogno di un antagonista, o antisoggetto, che interferisse con il raggiungimento del desiderio è venuto da sé (non dev’essere necessariamente una persona, per fare un esempio banale potrebbe trattarsi di una malattia). Protagonista e antagonista hanno un oggetto di comune valore che li fa incontrare e scontrare.

Prima di stendere la trama, ho riepilogato gli elementi che ritenevo necessari: agente (protagonista), situazione, scopo (in apparenza inarrivabile), azione (per raggiungere lo scopo) e mezzi (per compiere l’azione).

È importante che un evento infranga la quotidianità e ponga il protagonista di fronte a degli ostacoli. Ciò che vuole il lettore è scoprire come questi verranno superati.
Il protagonista deve compiere un percorso che lo porti ad avere le competenze essenziali (il giusto cambiamento) per affrontare le difficoltà. Nel momento in cui raggiungerà il suo scopo, sarà necessario un riconoscimento.

Il passo successivo è stato dividere la trama in tre parti (o atti):
L’inizio, in cui si presentano alcuni dei personaggi e l’ambiente, avviene un evento che fa partire la storia e si mostra che il desiderio del protagonista prendere il sopravvento.
La parte centrale, in cui il protagonista cerca di raggiungere il suo obiettivo e si trova davanti a degli ostacoli, affinché vengano mostrate le sue paure e inizi il cambiamento.
Il finale in cui avviene (o forse no) il conseguimento dell’obiettivo, il raggiungimento del desiderio.

In questo modo ho delineato la mia trama: seguendo lo schema in tre atti. Il passo successivo è stato quello di dividerli in scene e capitoli.


17. Dubbi

Riguardando il post precedente sono balenati nella mia testa alcuni pensieri. Sono riaffiorati ricordi di lontane paure. Fa parte di me l’insicurezza, che prende un po’ d’aria quando scrivo, ma che non mi da tregua mentre rileggo. Ho spesso abbandonato racconti e romanzi perché mi sembravano orribili, nauseanti e disgustosi. Quanto siamo critici con noi stessi? Troppo. Quando si decide di scrivere una storia, si dovrebbe abbandonare (o ancora meglio uccidere!) l’insicurezza ed evitare di cedere al senso di colpa e alle mille domande che ne conseguono. Siamo capaci di scrivere? Probabilmente si, ma se abbiamo voglia di farlo e ci rende felici, forse, non è importante esserne in grado. Rincuoriamoci pensando al fatto che la prima stesura deve fare schifo: è un rigetto di pensieri che devono ancora essere assemblati. Scrivendo questo mio romanzo non ho troppi dubbi perché lo vivo come un addestramento. Non mi aspetto nient’altro che imparare. Il mio intento è quello di applicare ciò che ho studiato, capire come utilizzarlo e perché. Ho la certezza che, dopo questa storia, ne scriverò una migliore e ciò mi sprona a terminare il mio romanzo. Lasciamo da parte le domande dettate dalla paura e scriviamo.


16. Il blocco dello scrittore

Stamattina mi sveglio e, dopo una dignitosa colazione, accendo il computer, apro il file e fisso le ultime righe del romanzo. E ora?
So che cosa deve esser scritto, ma non come trasferire l’idea. Ogni tassello è già stato pensato, ho le schede che mi guidano e mi ricordano la struttura della storia. Sono alla scena clou, non a un punto morto, eppure le parole non arrivano. Da giorni mi sento lontana dalla storia, inadeguata.
Non mi farò scoraggiare e finirò questo romanzo, non sono qui per lagnarmi, ma per parlare costruttivamente dei miei momenti di sconforto.
Capita a tutti: iniziamo con un entusiasmo tale da non poter credere che ci bloccheremo e invece…

Uno degli aspetti positivi della tecnica, è che aiuta quando manca la fantasia. Per questo, credo che nel mio caso sia fondamentale avere qualche rudimento di scrittura creativa. Quando si lavora a ruota libera e non si ha controllo sulla storia è difficile superare un blocco, ma, se la trama esiste già, mischiare tecnica e rigore può salvarci.

Le regole insegnano che avere sotto mano lo schema degli eventi ci mette al riparo dal blocco più comune, ossia, banalmente, non sapere come far procedere la storia. Può però accadere che non si riesca a passare dalla fine di una scena all’altra o, come sta succedendo a me, non si trovino le parole giuste per farlo.
Come cerco di sbloccarmi? Scrivendo. Tento di andare avanti in qualche modo, di superare il punto d’arresto e passare oltre, verso nuovi stimoli. Mal che vada, avrò un problema in più durante la riscrittura (tanto la revisione sarà ardua in ogni caso). Fortunatamente, ho una scheda anche per le parti da ricontrollare su cui appunto le modifiche da apportare e il numero della pagina.
In alcuni casi ho saltato delle scene. Ad esempio, dovevo descrivere un funerale (si, è davvero importante che ci sia ai fini della storia), ma proprio non riuscivo, quindi ho lasciato perdere e sono andata avanti. Immagino che sarà il capitolo che verrà scritto per ultimo.
Si possono fare queste cose senza un minimo di tecnica e progettazione? Se non si è me, forse si.

Ci sono svariati trucchi per superare il blocco dello scrittore (o sindrome del foglio bianco che dir si voglia).
Può ispirarci la lettura di un autore che amiamo, ma è una scelta pericolosa. Si potrebbe inconsciamente finire per ricalcarne lo stile quel tanto che basta ad allontanarsi dal proprio. E il lettore è furbo: se ne accorge.
I miei momenti di blocco coincidono con la mancanza di libri sul comodino, leggere poco equivale a scrivere poco; cerco quindi di sopperire alla mancanza di letture alternando volumi diversi, per non cadere nell’imitazione. Alcuni (io non lo faccio) si danno delle scadenze, le sfide aiutano a incentivarsi.
Spesso, mi è molto utile parlare del romanzo con una persona di fiducia, raccontando liberamente i fatti e analizzando i personaggi. Altro prezioso alleato, sono le lunghe passeggiate sotto il sole tiepido con il cane. Stimolano la mente e allontanano lo stress quotidiano.
Guardare immagini, quadri e fotografie può essere un’idea, ma, principalmente, ciò che mi serve di più è scrivere. Meno ne ho voglia, più m’impongo di farlo. Sembra incredibile eppure è la mia salvezza.
Ciò che non mi permetto di fare, invece, è lasciar passare il tempo aspettando l’ispirazione. Credo che non sia un bene. Anzi, fa dimenticare la storia nei suoi particolari e spinge lentamente ad abbandonarla per dedicarsi ad altro.


15. Descrizioni

Ho già parlato delle descrizioni nei post sui personaggi, sulle regole e sull’ambientazione, ma vorrei comunque riassumere qui gli strumenti che utilizzo per renderle più efficaci.

Quando si legge un libro che appassiona, ci si estranea dalla realtà. Senza accorgersene, si entra nella storia per abbandonarsi ad essa. Si dimentica dove effettivamente ci si trovi e si perde di vista ciò che accade intorno a noi. Assorbiti dal potere delle parole, non si avvertono le mani che, con gesti automatici, girano pagina. Non si percepisce la grammatura ruvida del foglio che sfrega sotto i polpastrelli. Avviene come una magia.
Penso a questo quando descrivo un luogo, una persona o un’emozione. Vorrei che la magia fosse tale anche per il lettore, mi piacerebbe portarlo dentro la storia, a viverla, non solo fargliela leggere. Ancora una volta, è questione di realtà, di ricercare la verosimiglianza in ogni particolare. Quando descrivo, provo a rendere indimenticabile ogni elemento. Seleziono le parole, poche e giuste, cerco di dare particolari così minuziosi da sembrare più veri del vero. Devo riuscire a creare immagini e, attraverso i dettagli, farle ricordare a chi legge.

È molto efficace descrivere attraverso gli avvenimenti. Si può mostrare e, allo stesso tempo, dare informazioni al lettore su persone e luoghi (vedi Show don’t Tell, post 10). Ciò che è mostrato rimane più impresso, in modo particolare quando si tratta delle emozioni di un personaggio. Non sarà facile far percepire la felicità di Tamara solo scrivendo “Tamara è contenta”, le si dovrà far compiere un gesto che riesca a trasmetterne lo stato d’animo.
Penso che spesso basti un’unica parola. Il problema sta nell’usare quella giusta. Dobbiamo aprire la mente e sforzarci di trovare le espressioni più azzeccate. Ampliare il vocabolario personale è essenziale e, in ogni caso, è sempre bene tenere a portata di mano dizionari, come quello dei sinonimi e contrari.

Dopo la prima stesura, quando revisiono una descrizione, vado a caccia di avverbi di modo e aggettivi qualificativi, li segno in rosso e provo a riscrivere conservando solo quelli strettamente necessari. Ho imparato che si usano con troppa facilità, senza rendersi conto di quanto siano banali.
Cerco di utilizzare principalmente nomi e verbi che abbiano già di per sé “carattere” e, solo se indispensabile, affiancarli con avverbi e aggettivi che non siano troppo comuni o dozzinali. Non sono certo l’unica persona stufa di leggere “profondi occhi blu” e “capelli color miele”, perciò tento di non ritrovarmi con una storia piena di interminabili descrizioni e parole inutili. Uno dei maggiori pericoli per la fluidità di una storia è proprio l’eccesso di dettagli superflui. Servono frasi corte, musicali e con il giusto ritmo. Far sembrare la descrizione un proseguo naturale della narrazione piuttosto che una parentesi estemporanea. Non è poi così apprezzabile lo stile barocco, anzi, essere essenziali renderà meno statico il romanzo. Allo stesso tempo, se un particolare è fondamentale, non si deve dimenticare di ribadirlo.
Credo che descrizioni troppo lunghe e generiche allontanino dall’oggetto della storia, per questo traccio con precisione solo i luoghi importanti ai fini della storia. Se Tamara è una casalinga, descriverò l’ambiente in cui vive, farò vedere che, nonostante tutto, è molto disordinata, mostrerò i lati del suo carattere attraverso il suo habitat. Se invece passa molto tempo spostandosi per la città con la sua auto, ne descriverò il modello, cosa c’è nel cruscotto, se il posacenere è pieno e se la radio è accesa. Inoltre, per dare ulteriore veridicità, potrò far notare la marca: le aziende e i marchi realmente esistenti sono usati proprio per rendere più concreta l’immagine.
In generale, imparare i nomi delle cose è molto utile. La precisione rende tutto più vero. Anche usare colori insoliti, attribuendoli solo a ciò che vogliamo, è un trucco da non sottovalutare.
Certo non si deve esagerare coi marchi e le parole strane per non rischiare di stancare il lettore o dare un’idea sbagliata e antipatica di noi stessi. Non dobbiamo utilizzare termini particolari solo perché sono tali e suonano bene. Le descrizioni devono esserci perché utili, non perché in quel momento nevica e quindi sentiamo la necessità di parlare del tempo.
Avevo già accennato alcune di queste cose (Regole, post 9), ma voglio comunque ricordare che, per potenziare le descrizioni, è utile servirsi delle figure retoriche (senza dimenticare quanto detto su metafore e similitudini), mentre i cliché dovrebbero essere banditi.

Il mio intento, spesso, è quello di rendere familiari i luoghi e le persone, i loro modi e la loro personalità. E, per fare ciò, i dettagli sensoriali sono perfetti. Vedere, toccare, assaporare, annusare, ascoltare. Forma e colore non bastano per dare vita a quel che descriviamo, ma se raccontiamo il suono che fa, l’odore che emana e i sapori che ricorda, allora porteremo il lettore a percepire davvero l’oggetto in questione.
Parlando di un bosco, è superfluo ricordare la presenza degli alberi. Si deve cercare di trasmettere emozioni indimenticabili, di far sentire la terra umida sotto i piedi. Tutto ciò è più semplice se si sfruttano i cinque sensi e un trucco efficace è quello di mischiarli per creare delle sinestesie.