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15. Descrizioni

Ho già parlato delle descrizioni nei post sui personaggi, sulle regole e sull’ambientazione, ma vorrei comunque riassumere qui gli strumenti che utilizzo per renderle più efficaci.

Quando si legge un libro che appassiona, ci si estranea dalla realtà. Senza accorgersene, si entra nella storia per abbandonarsi ad essa. Si dimentica dove effettivamente ci si trovi e si perde di vista ciò che accade intorno a noi. Assorbiti dal potere delle parole, non si avvertono le mani che, con gesti automatici, girano pagina. Non si percepisce la grammatura ruvida del foglio che sfrega sotto i polpastrelli. Avviene come una magia.
Penso a questo quando descrivo un luogo, una persona o un’emozione. Vorrei che la magia fosse tale anche per il lettore, mi piacerebbe portarlo dentro la storia, a viverla, non solo fargliela leggere. Ancora una volta, è questione di realtà, di ricercare la verosimiglianza in ogni particolare. Quando descrivo, provo a rendere indimenticabile ogni elemento. Seleziono le parole, poche e giuste, cerco di dare particolari così minuziosi da sembrare più veri del vero. Devo riuscire a creare immagini e, attraverso i dettagli, farle ricordare a chi legge.

È molto efficace descrivere attraverso gli avvenimenti. Si può mostrare e, allo stesso tempo, dare informazioni al lettore su persone e luoghi (vedi Show don’t Tell, post 10). Ciò che è mostrato rimane più impresso, in modo particolare quando si tratta delle emozioni di un personaggio. Non sarà facile far percepire la felicità di Tamara solo scrivendo “Tamara è contenta”, le si dovrà far compiere un gesto che riesca a trasmetterne lo stato d’animo.
Penso che spesso basti un’unica parola. Il problema sta nell’usare quella giusta. Dobbiamo aprire la mente e sforzarci di trovare le espressioni più azzeccate. Ampliare il vocabolario personale è essenziale e, in ogni caso, è sempre bene tenere a portata di mano dizionari, come quello dei sinonimi e contrari.

Dopo la prima stesura, quando revisiono una descrizione, vado a caccia di avverbi di modo e aggettivi qualificativi, li segno in rosso e provo a riscrivere conservando solo quelli strettamente necessari. Ho imparato che si usano con troppa facilità, senza rendersi conto di quanto siano banali.
Cerco di utilizzare principalmente nomi e verbi che abbiano già di per sé “carattere” e, solo se indispensabile, affiancarli con avverbi e aggettivi che non siano troppo comuni o dozzinali. Non sono certo l’unica persona stufa di leggere “profondi occhi blu” e “capelli color miele”, perciò tento di non ritrovarmi con una storia piena di interminabili descrizioni e parole inutili. Uno dei maggiori pericoli per la fluidità di una storia è proprio l’eccesso di dettagli superflui. Servono frasi corte, musicali e con il giusto ritmo. Far sembrare la descrizione un proseguo naturale della narrazione piuttosto che una parentesi estemporanea. Non è poi così apprezzabile lo stile barocco, anzi, essere essenziali renderà meno statico il romanzo. Allo stesso tempo, se un particolare è fondamentale, non si deve dimenticare di ribadirlo.
Credo che descrizioni troppo lunghe e generiche allontanino dall’oggetto della storia, per questo traccio con precisione solo i luoghi importanti ai fini della storia. Se Tamara è una casalinga, descriverò l’ambiente in cui vive, farò vedere che, nonostante tutto, è molto disordinata, mostrerò i lati del suo carattere attraverso il suo habitat. Se invece passa molto tempo spostandosi per la città con la sua auto, ne descriverò il modello, cosa c’è nel cruscotto, se il posacenere è pieno e se la radio è accesa. Inoltre, per dare ulteriore veridicità, potrò far notare la marca: le aziende e i marchi realmente esistenti sono usati proprio per rendere più concreta l’immagine.
In generale, imparare i nomi delle cose è molto utile. La precisione rende tutto più vero. Anche usare colori insoliti, attribuendoli solo a ciò che vogliamo, è un trucco da non sottovalutare.
Certo non si deve esagerare coi marchi e le parole strane per non rischiare di stancare il lettore o dare un’idea sbagliata e antipatica di noi stessi. Non dobbiamo utilizzare termini particolari solo perché sono tali e suonano bene. Le descrizioni devono esserci perché utili, non perché in quel momento nevica e quindi sentiamo la necessità di parlare del tempo.
Avevo già accennato alcune di queste cose (Regole, post 9), ma voglio comunque ricordare che, per potenziare le descrizioni, è utile servirsi delle figure retoriche (senza dimenticare quanto detto su metafore e similitudini), mentre i cliché dovrebbero essere banditi.

Il mio intento, spesso, è quello di rendere familiari i luoghi e le persone, i loro modi e la loro personalità. E, per fare ciò, i dettagli sensoriali sono perfetti. Vedere, toccare, assaporare, annusare, ascoltare. Forma e colore non bastano per dare vita a quel che descriviamo, ma se raccontiamo il suono che fa, l’odore che emana e i sapori che ricorda, allora porteremo il lettore a percepire davvero l’oggetto in questione.
Parlando di un bosco, è superfluo ricordare la presenza degli alberi. Si deve cercare di trasmettere emozioni indimenticabili, di far sentire la terra umida sotto i piedi. Tutto ciò è più semplice se si sfruttano i cinque sensi e un trucco efficace è quello di mischiarli per creare delle sinestesie.