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17. Dubbi

Riguardando il post precedente sono balenati nella mia testa alcuni pensieri. Sono riaffiorati ricordi di lontane paure. Fa parte di me l’insicurezza, che prende un po’ d’aria quando scrivo, ma che non mi da tregua mentre rileggo. Ho spesso abbandonato racconti e romanzi perché mi sembravano orribili, nauseanti e disgustosi. Quanto siamo critici con noi stessi? Troppo. Quando si decide di scrivere una storia, si dovrebbe abbandonare (o ancora meglio uccidere!) l’insicurezza ed evitare di cedere al senso di colpa e alle mille domande che ne conseguono. Siamo capaci di scrivere? Probabilmente si, ma se abbiamo voglia di farlo e ci rende felici, forse, non è importante esserne in grado. Rincuoriamoci pensando al fatto che la prima stesura deve fare schifo: è un rigetto di pensieri che devono ancora essere assemblati. Scrivendo questo mio romanzo non ho troppi dubbi perché lo vivo come un addestramento. Non mi aspetto nient’altro che imparare. Il mio intento è quello di applicare ciò che ho studiato, capire come utilizzarlo e perché. Ho la certezza che, dopo questa storia, ne scriverò una migliore e ciò mi sprona a terminare il mio romanzo. Lasciamo da parte le domande dettate dalla paura e scriviamo.


16. Il blocco dello scrittore

Stamattina mi sveglio e, dopo una dignitosa colazione, accendo il computer, apro il file e fisso le ultime righe del romanzo. E ora?
So che cosa deve esser scritto, ma non come trasferire l’idea. Ogni tassello è già stato pensato, ho le schede che mi guidano e mi ricordano la struttura della storia. Sono alla scena clou, non a un punto morto, eppure le parole non arrivano. Da giorni mi sento lontana dalla storia, inadeguata.
Non mi farò scoraggiare e finirò questo romanzo, non sono qui per lagnarmi, ma per parlare costruttivamente dei miei momenti di sconforto.
Capita a tutti: iniziamo con un entusiasmo tale da non poter credere che ci bloccheremo e invece…

Uno degli aspetti positivi della tecnica, è che aiuta quando manca la fantasia. Per questo, credo che nel mio caso sia fondamentale avere qualche rudimento di scrittura creativa. Quando si lavora a ruota libera e non si ha controllo sulla storia è difficile superare un blocco, ma, se la trama esiste già, mischiare tecnica e rigore può salvarci.

Le regole insegnano che avere sotto mano lo schema degli eventi ci mette al riparo dal blocco più comune, ossia, banalmente, non sapere come far procedere la storia. Può però accadere che non si riesca a passare dalla fine di una scena all’altra o, come sta succedendo a me, non si trovino le parole giuste per farlo.
Come cerco di sbloccarmi? Scrivendo. Tento di andare avanti in qualche modo, di superare il punto d’arresto e passare oltre, verso nuovi stimoli. Mal che vada, avrò un problema in più durante la riscrittura (tanto la revisione sarà ardua in ogni caso). Fortunatamente, ho una scheda anche per le parti da ricontrollare su cui appunto le modifiche da apportare e il numero della pagina.
In alcuni casi ho saltato delle scene. Ad esempio, dovevo descrivere un funerale (si, è davvero importante che ci sia ai fini della storia), ma proprio non riuscivo, quindi ho lasciato perdere e sono andata avanti. Immagino che sarà il capitolo che verrà scritto per ultimo.
Si possono fare queste cose senza un minimo di tecnica e progettazione? Se non si è me, forse si.

Ci sono svariati trucchi per superare il blocco dello scrittore (o sindrome del foglio bianco che dir si voglia).
Può ispirarci la lettura di un autore che amiamo, ma è una scelta pericolosa. Si potrebbe inconsciamente finire per ricalcarne lo stile quel tanto che basta ad allontanarsi dal proprio. E il lettore è furbo: se ne accorge.
I miei momenti di blocco coincidono con la mancanza di libri sul comodino, leggere poco equivale a scrivere poco; cerco quindi di sopperire alla mancanza di letture alternando volumi diversi, per non cadere nell’imitazione. Alcuni (io non lo faccio) si danno delle scadenze, le sfide aiutano a incentivarsi.
Spesso, mi è molto utile parlare del romanzo con una persona di fiducia, raccontando liberamente i fatti e analizzando i personaggi. Altro prezioso alleato, sono le lunghe passeggiate sotto il sole tiepido con il cane. Stimolano la mente e allontanano lo stress quotidiano.
Guardare immagini, quadri e fotografie può essere un’idea, ma, principalmente, ciò che mi serve di più è scrivere. Meno ne ho voglia, più m’impongo di farlo. Sembra incredibile eppure è la mia salvezza.
Ciò che non mi permetto di fare, invece, è lasciar passare il tempo aspettando l’ispirazione. Credo che non sia un bene. Anzi, fa dimenticare la storia nei suoi particolari e spinge lentamente ad abbandonarla per dedicarsi ad altro.


15. Descrizioni

Ho già parlato delle descrizioni nei post sui personaggi, sulle regole e sull’ambientazione, ma vorrei comunque riassumere qui gli strumenti che utilizzo per renderle più efficaci.

Quando si legge un libro che appassiona, ci si estranea dalla realtà. Senza accorgersene, si entra nella storia per abbandonarsi ad essa. Si dimentica dove effettivamente ci si trovi e si perde di vista ciò che accade intorno a noi. Assorbiti dal potere delle parole, non si avvertono le mani che, con gesti automatici, girano pagina. Non si percepisce la grammatura ruvida del foglio che sfrega sotto i polpastrelli. Avviene come una magia.
Penso a questo quando descrivo un luogo, una persona o un’emozione. Vorrei che la magia fosse tale anche per il lettore, mi piacerebbe portarlo dentro la storia, a viverla, non solo fargliela leggere. Ancora una volta, è questione di realtà, di ricercare la verosimiglianza in ogni particolare. Quando descrivo, provo a rendere indimenticabile ogni elemento. Seleziono le parole, poche e giuste, cerco di dare particolari così minuziosi da sembrare più veri del vero. Devo riuscire a creare immagini e, attraverso i dettagli, farle ricordare a chi legge.

È molto efficace descrivere attraverso gli avvenimenti. Si può mostrare e, allo stesso tempo, dare informazioni al lettore su persone e luoghi (vedi Show don’t Tell, post 10). Ciò che è mostrato rimane più impresso, in modo particolare quando si tratta delle emozioni di un personaggio. Non sarà facile far percepire la felicità di Tamara solo scrivendo “Tamara è contenta”, le si dovrà far compiere un gesto che riesca a trasmetterne lo stato d’animo.
Penso che spesso basti un’unica parola. Il problema sta nell’usare quella giusta. Dobbiamo aprire la mente e sforzarci di trovare le espressioni più azzeccate. Ampliare il vocabolario personale è essenziale e, in ogni caso, è sempre bene tenere a portata di mano dizionari, come quello dei sinonimi e contrari.

Dopo la prima stesura, quando revisiono una descrizione, vado a caccia di avverbi di modo e aggettivi qualificativi, li segno in rosso e provo a riscrivere conservando solo quelli strettamente necessari. Ho imparato che si usano con troppa facilità, senza rendersi conto di quanto siano banali.
Cerco di utilizzare principalmente nomi e verbi che abbiano già di per sé “carattere” e, solo se indispensabile, affiancarli con avverbi e aggettivi che non siano troppo comuni o dozzinali. Non sono certo l’unica persona stufa di leggere “profondi occhi blu” e “capelli color miele”, perciò tento di non ritrovarmi con una storia piena di interminabili descrizioni e parole inutili. Uno dei maggiori pericoli per la fluidità di una storia è proprio l’eccesso di dettagli superflui. Servono frasi corte, musicali e con il giusto ritmo. Far sembrare la descrizione un proseguo naturale della narrazione piuttosto che una parentesi estemporanea. Non è poi così apprezzabile lo stile barocco, anzi, essere essenziali renderà meno statico il romanzo. Allo stesso tempo, se un particolare è fondamentale, non si deve dimenticare di ribadirlo.
Credo che descrizioni troppo lunghe e generiche allontanino dall’oggetto della storia, per questo traccio con precisione solo i luoghi importanti ai fini della storia. Se Tamara è una casalinga, descriverò l’ambiente in cui vive, farò vedere che, nonostante tutto, è molto disordinata, mostrerò i lati del suo carattere attraverso il suo habitat. Se invece passa molto tempo spostandosi per la città con la sua auto, ne descriverò il modello, cosa c’è nel cruscotto, se il posacenere è pieno e se la radio è accesa. Inoltre, per dare ulteriore veridicità, potrò far notare la marca: le aziende e i marchi realmente esistenti sono usati proprio per rendere più concreta l’immagine.
In generale, imparare i nomi delle cose è molto utile. La precisione rende tutto più vero. Anche usare colori insoliti, attribuendoli solo a ciò che vogliamo, è un trucco da non sottovalutare.
Certo non si deve esagerare coi marchi e le parole strane per non rischiare di stancare il lettore o dare un’idea sbagliata e antipatica di noi stessi. Non dobbiamo utilizzare termini particolari solo perché sono tali e suonano bene. Le descrizioni devono esserci perché utili, non perché in quel momento nevica e quindi sentiamo la necessità di parlare del tempo.
Avevo già accennato alcune di queste cose (Regole, post 9), ma voglio comunque ricordare che, per potenziare le descrizioni, è utile servirsi delle figure retoriche (senza dimenticare quanto detto su metafore e similitudini), mentre i cliché dovrebbero essere banditi.

Il mio intento, spesso, è quello di rendere familiari i luoghi e le persone, i loro modi e la loro personalità. E, per fare ciò, i dettagli sensoriali sono perfetti. Vedere, toccare, assaporare, annusare, ascoltare. Forma e colore non bastano per dare vita a quel che descriviamo, ma se raccontiamo il suono che fa, l’odore che emana e i sapori che ricorda, allora porteremo il lettore a percepire davvero l’oggetto in questione.
Parlando di un bosco, è superfluo ricordare la presenza degli alberi. Si deve cercare di trasmettere emozioni indimenticabili, di far sentire la terra umida sotto i piedi. Tutto ciò è più semplice se si sfruttano i cinque sensi e un trucco efficace è quello di mischiarli per creare delle sinestesie.


14. Ambientazione

Personaggi e ambientazione non sono poi così diversi. Ci si dovrebbe prendere cura delle scenografie proprio come si fa per coloro che le popolano. È necessario conoscere nei particolari i luoghi e il tempo in cui si svolge la storia. Si deve illudere il lettore che ciò che sta leggendo sia reale. Veridicità e coerenza sono essenziali per dar vita ad un’ambientazione credibile.
Non è raro trovarsi con personaggi caratterizzati nei minimi dettagli, che si muovono in un impalpabile grigiore perché l’ambiente è stato tralasciato. Se non vi è nulla attorno alle figure ogni azione o parola perde di senso. In fondo, cosa ha motivo di esistere nel nulla?

Il luogo (città, paese, o nazione che sia) influenza le azioni del personaggio. Quest’ultimo non sarebbe la stessa persona se vivesse da un’altra parte. Tutti noi siamo condizionati da ciò che ci circonda. Quello che mangiamo, come vestiamo, i lavori che facciamo e i posti in cui passiamo il tempo, non sarebbero gli stessi se cambiassimo stato. È facile comprendere quanto sia importante stabilire con precisione lo spazio in cui si muovono i personaggi. Pensiamo a una donna che partorisce in ospedale con un’equipe di medici specializzati e alla stessa situazione, ma su una spiaggia con un unico dottore senza strumentazione. La percezione dell’evento cambia totalmente.

Il clima è fondamentale, esiste e si percepisce. Caldo, freddo, pioggia, neve, vento, umido, nuvoloso, grandine renderanno la narrazione più reale e non solo. L’umore può mutare radicalmente per via delle diverse condizioni atmosferiche. Andare al lavoro mentre infuria un temporale e arrivare a destinazione fradici, può innervosirci parecchio e mutare le sorti della nostra giornata.
In generale, tutta l’ambientazione influenza lo stato d’animo dei personaggi e del lettore. Se la notte è buia e tempestosa, si percepisce che presto accadrà un fatto oscuro, sarà palpabile il terrore del protagonista che avanza nella nebbia.
Un elemento di forza è dato dalla scelta di un luogo il cui significato è insito in ognuno di noi: una chiesa sconsacrata, un cimitero di notte, una sala operatoria, una spiaggia al tramonto, una scuola. Lo scrittore faticherà meno per rendere determinate sensazioni (dovrà comunque tener conto delle diverse accezioni che gli ambienti possono avere per i lettori di culture differenti).

Come si è fatto per i per i personaggi, si possono realizzare delle schede anche per l’ambientazione. Ogni luogo avrà una descrizione precisa e una tabella dei fatti che vi si svolgono. Se necessario, naturalmente, si potranno includere mappe e disegni.
Anche per il tempo è utile organizzarsi con calendari in cui inserire eventi e scene.
Quando poi si fa ricerca, soprattutto se la vicenda si svolge nel passato, è bene appuntarsi tutto ciò che c’è da sapere sul periodo scelto, come ad esempio le condizioni sociopolitiche e il progresso tecnologico. Non è entusiasmante gestire decine di pagine e annotazioni che non verranno mai inserite nel romanzo, ma è fondamentale conoscere tutto dell’epoca narrata. Senza questo studio, non si avranno gli elementi per rendere reale la storia e non si riuscirà ad ambientare correttamente i personaggi.
La gestione del tempo, è più complessa di quanto sembri. Non è pensabile raccontare ogni momento della giornata dei personaggi, ma non si possono nemmeno includere unicamente le scene clou. Senza indugiare sull’inutile, bisogna procedere rapidamente verso gli episodi principali e, una volta arrivati, rallentare. Tutto ciò facendo molta attenzione a non distorcere il senso del tempo. Occorre rendere fluida la lettura, senza dare l’impressione di aver tagliato delle parti. È pratico stabilire anche le distanze tra i luoghi in cui si muovono i personaggi, per non rischiare di far sembrare inverosimili gli spostamenti.

Se si sceglie di scrivere un romanzo fantastico i principi non cambiano: luogo e tempo dovranno essere ben chiari fin dall’inizio. Se si conosce da subito l’ambientazione, si riesce anche a mantenerne la veridicità.
È consigliabile accostare qualcosa di reale all’immaginario, solo così il nuovo mondo sarà considerato plausibile (credibile) dal lettore.
Quando invece si decide di collocare la storia in una città esistente, non si deve dimenticare che qualcuno ci abita per davvero: ogni luogo ha un’organizzazione sociale e una cultura ben definite e non si deve rischiare né di urtarle, né di distorcerle. Il territorio va rispettato.

Come ho già detto, si può fare tutto purché con un determinato scopo, quindi, anche nel caso delle ambientazioni, si può decidere di omettere spazio ed epoca, di non descrivere i luoghi, di non dare nomi alle città e di non collocare temporalmente il racconto. Tutto a rischio e pericolo dello scrittore.